LA RICERCA

 Il prof Paolo Zamboni con i membri del direttivo nazionale. Consegna dei 20.000 euro destinati alla nascita del centro diagnostico avanzato su CCSVI a Ferrara

 

 

Zamboni: dallo spazio alla telemedicina – VIDEO

 

  846  33 
 
  896

 

08 zamboni

“Il Sant’Anna, dice lo scienziato ferrarese, può diventare un vero e proprio Centro di eccellenza in grado di ricevere e leggere, grazie all’esperienza maturata in questi anni dal Centro di ricerca delle malattie vascolari, i dati provenienti da ogni parte dell’Italia e del mondo su pazienti affetti da patologie neurovascolari”.

Zamboni, scelto per un esperimento unico dall’Agenzia spaziale italiana, collabora oggi con Colonia in Germania dove Samantha Cristoforetti è di base al Centro Astronautico Europeo. A quasi un mese di distanza dall’atterraggio della navetta spaziale Soyuz che ha portato sulla terra Astro Samantha, lo scienziato, che dirige il Centro di Malattie vascolari dell’Aziemnda ospedaliero – universitaria Sant’Anna di Ferrara, ci parla del suo lavoro di ricerca e delle ricadute che gli’esperimenti nello spazio dovrebbero avere sulla terra, anzi proprio qui a Ferrara, dove il Centro potrebbe diventare punto di riferimento della telemedicina per patologie neuro vascolari complesse e invalidanti.

Lo scienziato ferrarese, che qui vediamo nel corso della cerimonia con cui gli è stato conferito a Napoli nel marzo scorso dalla Società Internazionale per lo studio delle Malattie Neurovascolari la Gold Medal Award 2015 per la ricerca in questo campo di studi ( premio consegnato a Zamboni dal presidente dell’Isnvd, professor Haskal, di Baltimora) ha ricevuto da due recenti articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche internazionali la conferma autorevole delle sue teorie. Ricercatori americani e finlandesi hanno scoperto, infatti, la presenza del sistema linfatico nel cervello e quindi della relazione tra sistema nervoso centrale e sistema immunitario, una scoperta in grado di rivoluzionare, conferma Zamboni, l’approccio a malattie neuroinfiammatorie e neurodegenerative come la sclerosi multipla, l’Alzheimer, la sclerosi laterale amiotrofica.

L’intervista integrale nel programma “A tu per tu “ venerdì sera su Telestense , h. 22.20

Drain Brain ‘a prova di bomba’

Lo strumento italiano, coinvolto nell’esplosione del razzo Antares del 28 ottobre scorso, è stato ritrovato integro e perfettamente funzionante

14 Luglio 2015

Post fata resurgo” recitava il motto latino dell’Araba Fenice, che dalle proprie ceneri addirittura risorgeva. Mutatis mutandis, la storia dello strumento Drain Brain - uscito miracolosamente incolume dall’esplosione nientepopodimeno che di un razzo orbitale alto 42 metri e pesante 240 tonnellate - inevitabilmente al mito greco (o meglio egizio) fa pensare. Ma procediamo con ordine.

 

Nove mesi fa, precisamente alle 23:22 (ora italiana) del 28 ottobre scorso, il vettore Antares della Orbital Science Corporation si staccava dalla sua rampa di lancio a Wallops Island, in Virginia. Tutto come previsto, al netto del ritardo di un giorno causato dalla presenza di una nave all’interno del perimetro di sicurezza.

 

La missione, terza nel suo genere per questo vettore ‘privato’: portare sulla Stazione Spaziale Internazionale  la capsula cargo Cygnus CRS-3, con a bordo 2200 kg di materiali destinati agli astronauti e, tra questi, anche due strumenti scientifici destinati a Samantha CristoforettiWearable Monitoring e Drain Brain, due dei cinque esperimenti di ricerca umana dell’Agenzia Spaziale Italiana per la missione Futura.

 

Ma appena una manciata di secondi dopo il lift-off, la parte inferiore del razzo esplode in volo e il vettore si accascia sulla rampa di lancio. Qui i propellenti (solidi e liquidi) causano una seconda, gigantesca, esplosione e un grande incendio che avvolge le strutture di terra per diversi minuti.

 

Fin qui la cronaca che tutti sconoscono (gli strumenti per gli esperimenti furono poi ricostruiti e correttamente portati sulla ISS con un lancio successivo a gennaio 2015). Quello che invece non tutti sanno è che qualche tempo fa la NASA ha comunicato all’ASI di aver ritrovato sulla spiaggia vicina alla zona di lancio la valigetta – bruciacchiata – contenente uno dei due esperimenti (Drain Brain, appunto), concordando la spedizione di questi materiali all’istituto scientifico dell’Università di Ferrara che aveva sviluppato l’esperimento.

 

Qui la seconda sorpresa. Aprendo la valigetta che riportava gli inequivocabili segni del fuoco, il team del professor  Paolo Zamboni ha trovato lo strumento perfettamente intatto (vedi foto). Una sorpresa che si è trasformata in stupore quando lo stesso strumento si è regolarmente acceso al primo tentativo, senza mostrare alcun segno del disastroso incidente che lo aveva coinvolto.

 

“Una serie di circostanze, alcune accidentali altre no (come la posizione del Cygnus in cima al vettore Antares e  la protezione offerta dal modulo cargo pressurizzato PCM e dalla borsa in Nomex, oltre forse anche alla ricaduta sulla spiaggia) hanno evidentemente protetto il payload” spiega Salvatore Pignataro, program manager dell’esperimento  e direttore della missione Futura. “D’altra parte – prosegue Pignataro -  i requisiti applicabili agli equipaggiamenti per la ISS, inclusa la strumentazione scientifica, sono molto stringenti e spingono gli sviluppatori a realizzare prodotti di qualità estrema, sia dal punto di vista ingegneristico che tecnologico”.

 

Oltre allo strumento Drain Brain, anche il Pressurized Cargo Module (PCM) e la borsa in Nomex sono di costruzione italiana. Quest’ultima, realizzata dalla Kayser Italia di Livorno, è stata fornita agli sviluppatori dall’Agenzia Spaziale Italiana. Il PCM del Cygnus è stato invece progettato e costruito negli stabilimenti di Torino della Thales Alenia Space Italia.

 

L’esperimento

 

In seguito all’incidente, l’Università di Ferrara ha prontamente realizzato un altro strumento utilizzando le parti di ricambio disponibili. Con il coordinamento dell’Agenzia Spaziale Italiana e i servizi di supporto forniti da ASI agli sviluppatori tramite il contratto industriale UtISS con Kayser Italia, il nuovo strumento è stato imbarcato su un altro veicolo cargo e ha raggiunto la Stazione Spaziale a Gennaio del 2015, permettendo l’esecuzione dell’esperimento del Prof. Zamboni secondo il protocollo scientifico stabilito. Durante le circa dieci ore di funzionamento a bordo, Drain Brain, operato da Samantha Cristoforetti, ha registrato dati preziosi sul ritorno di sangue venoso dal cervello in condizione di microgravità che sono già a disposizione dei ricercatori per le analisi.

 

Drain Brain è uno degli otto esperimenti del piano di ricerca ASI per la Missione Futura eseguiti con pieno successo durante i sette mesi della missione. L’Agenzia Spaziale Italiana è l‘unica agenzia al mondo, oltre ai cinque partner della ISS, che ha accesso diretto alla ISS per i propri esperimenti scientifici e tecnologici grazie all’accordo bilaterale con la NASA per la fornitura dei moduli logistici, lo stesso accordo che da all’ASI le opportunità di missione a bordo per gli astronauti italiani. “Dal 2001 ad oggi – spiega ancora Pignataro, che è responsabile dal 2003 della utilizzazione ASI della ISS -  con lo 0,6 % delle risorse di utilizzazione del segmento operato dagli americani (USOS, US Operated Segment), ASI ha completato circa 50 esperimenti indipendenti, un’altra decina in collaborazione con le agenzie partner della ISS, e altri dieci sono ancora in corso, compresi quelli della Missione Futura di cui i ricercatori stanno analizzando i dati.”

 

A partire da quest’anno, l’utilizzazione di ASI compare nelle statistiche ufficiali della ricerca sulla Stazione Spaziale prodotte dal Program Science Forum, di cui ASI è membro assieme ai cinque partner della ISS, e una storia tratta dall’esperimento ASI Elite-S2 compare nella pubblicazione del PSF “ISS Benefits for Humanity”.

 

 


COMUNICATO STAMPA DELL'ASSOCIAZIONE CCSVI NELLA SM ONLUS: “Le giugulari malformate di pazienti affetti da #CCSVI contengono più calcio del normale”. 
“Abbiamo analizzato numerosi segmenti di vene di alcuni pazienti con CCSVI e #SM, e li abbiamo confrontati con altrettanti corrispondenti segmenti di persone sane – ha spiegato la dott.ssa Pascolo. Ebbene, la combinazione di tutte le microscopie ha dimostrato la presenza di precipitati di calcio, ossia microcalcificazioni nelle vene giugulari CCSVI, in particolare a livello dei microvasi. Tali calcificazioni, afferma lo studio che oggi ha conquistato le pagine di ‘Scientific Reports’, sembrano indicare che le pareti venose analizzate siano sottoposte a uno stress cronico. Per l’Associazione CCSVI nella SM, “questo studio rappresenta un ulteriore significativo tassello di un mosaico che va completandosi sull’insufficienza venosa cronica cerebrospinale. Un risultato di cui cogliamo la portata scientifica e le sue possibili ricadute. Un’analisi che rafforza la possibilità di capire i meccanismi della CCSVI e che nutre le speranze di chi aspetta aiuto solo dalla libera ricerca” LEGGI IL COMUNICATO http://www.ccsvi-sm.org/node/2069

 Sclerosi multipla, la replica di Zamboni:"Lo studio canadese errato nel metodo"

L'angiologo replica alla ricerca firmata da Ian Rodger che aveva escluso la fondatezza della tesi della 'scuola di Ferrara' sul legame tra Sm e Ccsvi: hanno ignorato gli ultimi mezzi di ricerca e cercato le prove nel posto sbagliat

ROMA - L'angiologo italiano Paolo Zamboni è intervenuti, con una lettera inviata alla direzione di Plos One, per ribattere alla tesi della ricerca canadese pubblicata sulla rivista scientifica. Secondo lo studio caso-controllo, firmato da Ian Rodger ed altri ricercatori della McMaster University, non esiste evidenza del legame, suggerito invece da Zamboni, tra la Sclerosi multipla e l'insufficienza venale cerebrospinale cronica (Ccsvi): andrebbe dunque esclusa un'efficacia antisclerosi dell'intervento di 'riapertura' tramite stent dei vasi bloccati.

Zamboni, angiologo dell'Università di Ferrara, riconosce che l'esito dello studio è agli antipodi rispetto a quello del suo gruppo di ricerca, in quanto Rodger e gli altri "non sono stati in grado di dimostrare alcuna anomalia del flusso venoso nei pazienti con SM studiati sia con l'Ecocolordoppler che con la MRV" (venografia con catetere, ndr). Detto questo, Zamboni afferma che tale esito è dovuto alla metodologia utilizzata dai ricercatori canadesi, alla quale è dovuta la "così forte discrepanza" nel confronto tra i risultati.

"Per quanto riguarda la metodologia ECD - scrive Zamboni - , siamo rimasti molto sorpresi che gli autori non siano riusciti ad utilizzare la metodologia aggiornata di recente raccomandata da un consenso internazionale per migliorare la riproducibilità del protocollo ECD. L'unica meta-analisi di tutti i report dal 2005 a giugno 2011 ha dimostrato una forte prevalenza della CCSVI nella SM, ma con marcata eterogeneità tra gli studi. Per evitare questo e per rendere gli studi più confrontabili, dopo giugno 2011 sette società scientifiche internazionali hanno sviluppato un protocollo tecnicamente dettagliato, eppure non citato".

"Contrariamente al protocollo raccomandato - scrive ancora Paolo Zamboni - , siamo rimasti colpiti nello studio Rodger dall'assenza di qualsiasi analisi in M-mode per indagare il criterio #3. Il modello ECD in M-mode è indispensabile per individuare gli ostacoli endoluminali e le valvole mobili e fisse, che rappresentano la maggioranza delle anomalie venose della Ccsvi".

"Per quanto riguarda la metodologia di MRV - conclude Zamboni - siamo stati nuovamente sorpresi dal focus delle indagini nella regione superiore e mediana del collo, dove non sono mai state rilevate in condizione di CCSVI differenze significative nella portata del flusso giugulare. Al contrario, numerosi report hanno misurato significative limitazioni della portata del flusso giugulare, flusso aumentato attraverso le collaterali, e stenosi extraluminali nella parte inferiore del collo, esattamente dove Rodger e gli altri non hanno effettuato alcuna valutazione".

Medicina: studio italiano su cura Zamboni per sclerosi, fattibile e sicur   

  Milano, 19 ago. (Adnkronos Salute) - Uno studio italiano pubblicato in questi giorni sul 'Journal of Vascular Surgery' si esprime a favore della discussa 'cura Zamboni' contro la sclerosi multipla, l'approccio che parte dal presupposto di un legame tra sclerosi e Ccsvi (insufficienza venosa cerebrospinale cronica), e quindi propone una 'terapia di liberazione' con angioplastica coronarica. Secondo Tommaso Lupattelli (Unità vascolare ed endovascolare, Istituto clinico cardiologico di Roma) e colleghi, autori del lavoro condotto su circa 1.200 pazienti con sclerosi ritenuti positivi alla Ccsvi, "il trattamento endovascolare per la Ccsvi sembra fattibile e sicuro - si legge nelle conclusioni dello studio - Tuttavia, un'adeguata curva di apprendimento può ridurre drasticamente il tasso di eventi avversi. Nella nostra esperienza, la maggior parte delle complicazioni sono avvenute nei primi 400 casi trattati".

 

La ricerca è stata pubblicata il 14 agosto, lo stesso di un'altra pubblicazione, su 'PlosOne' online, che invece stronca alla base le teorie dell'angiologo dell'università di Ferrara Paolo Zamboni. Secondo lo studio 'contro' - condotto su 100 malati di sclerosi e 100 controlli sani da un gruppo della McMaster University canadese, che comprende 3 operatori formati a Ferrara - non c'è alcuna evidenza che un ridotto flusso di sangue nelle vene del collo, o una loro ostruzione, sia uno dei meccanismi coinvolti nella sclerosi multipla. Una 'sentenza' alla quale lo stesso Zamboni, insieme al collega Mirko Tessari, ha replicato a stretto giro con una lettera inviata alla rivista scientifica.

Di segno opposto a quelle canadesi le conclusioni del gruppo di Lupattelli, su 1.202 pazienti esaminati e trattati dal settembre 2010 all'ottobre 2012. Tutti i pazienti - spiegano gli autori - erano stati precedentemente trovati positivi all'ecocolordoppler per almeno due criteri di Zamboni per la Ccsvi, e avevano una diagnosi di sclerosi multipla confermata dal neurologo. Sono state considerati per il trattamento solo i casi di sclerosi sintomatici. L'angioplastica percutanea transluminale è stata effettuata in regime ambulatoriale presso due diversi istituti.Procedure primarie (prima angioplastica per la Ccsvi) e secondarie (re-intervento dopo recidiva di malattia venosa) - riferiscono i ricercatori italiani - sono state effettuate rispettivamente nell'86,5% (1.037 su 1.199) e nel 13,5% (162 di 1.199) dei pazienti. Il successo della procedura e le complicazioni sono stati registrati entro 30 giorni dall'intervento.Una flebografia seguita da ricanalizzazione endovascolare è stata eseguita su 1.999 pazienti, per un totale di 1.219 interventi. La sola angioplastica con palloncino è stata eseguita in 1.205 procedure su 1.219 (98,9%), mentre nelle restanti 14 (1,1%) è stato necessario un ulteriore impianto di stent, dopo tentativi falliti di dilatazione della vena azygos. Non sono mai stati impiantati stent nelle vene giugulari interne.Il tasso di fattibilità - calcolano gli studiosi - è stato del 99,2% (1.209 interventi). Le complicanze maggiori includevano una rottura dell'azygos che si è verificata durante la dilatazione con palloncino e che ha richiesto una trasfusione di sangue (0,1%), un grave sanguinamento all'inguine che ha richiesto una chirurgia aperta (0,1%), due aperture chirurgiche della vena femorale comune per rimuovere dei frammenti di palloncino (0,2%), e tre trombosi della vena giugulare interna sinistra (0,2%). I maggiori e minori tassi complessivi di complicanze a 30 giorni sono stati rispettivamente dello 0,6% e del 2,5%.

 

 

 

 
 
 
 
CONFERENZA A CORTINA 7 luglio 2013 - report di Paolo Destro
by Associazione CCSVI nella Sclerosi Multipla - Onlus (Notes) on Sunday, 7 July 2013 at 21:39
 


Brevi note basate su quanto da me appuntato durante la conferenza tenuta dai Prof Zamboni, Veroux e il Dott Salvi. Il contenuto integrale e più completo potrà essere visionato dalla registrazione video che sarà pubblicata su youtube tra una settimana. 

Il Prof Zamboni, abbandonato il tono colloquiale e polemico dell'anno scorso, ha tenuto un discorso scientifico ponendo l'attenzione sulla questione centrale della ipoperfusione cerebrale nei pazienti con SM. Hanno messo a punto un caschetto speciale che tramite innocue onde a infrarossi riesce a misurare il livello di ossigenazione del cervello. 
La ipoperfusione precede la formazione della placca e aumenta la probabilità di accumulo di placche. 
Una ricerca ha dimostrato che sovrapponendo la scintigrafia alla risonanza magnetica le aree di ipoperfusione corrispondevano alle aree di demienelizzazione. 
Cioè quando c'è basso livello di ossigeno questo precede la formazione della placca. 
Anche il Prof Lassmann sostiene che il basso livello di ossigeno nel tessuto cerebrale è una componente delle lesioni della SM. L'oligodendrocita è suscettibile alla ipoperfusione. 
Le vene possono essere responsabili della ipoperfusione cerebrale? Secondo Zamboni si. 
La mielina ha bisogno, come la pelle, di avere apporto di ossigeno per essere prodotta l'oligodendrocita è recettore di ossigeno che lo trasforma in energia che poi viene ceduta per produrre mielina che viene utilizzata per normale manutenzione del nervo. Se arriva poco ossigeno questa catena produce sempre meno mielina. E se deve essere rimpiazzata ne arriva di meno. 
Comunque la comunità neurologica non mette in correlazione l'ipoperfusione col mal funzionamento delle vene. 
Con una ricerca svolta negli Stati Uniti da Salvi e Zamboni si è visto che c'è correlazione tra severità di Ccsvi e livello di ipoperfusione. Quanto più hai i vasi venosi che mal funzionano quanto più hai ipoperfusione. 
Un altro recente studio pubblicato misura quanto ossigeno passa ogni minuto per ogni etto di cervello. E vede che chi ha giugulari e azygos normali ha un passaggio nettamente migliore e una migliore perfusione. 
Tutto questo contrasta con l'ipotesi autoimmunitaria della malattia. 
Oggi usiamo la Pta per correggere i difetti venosi. 
Un gruppo di persone reagisce bene mentre altri pazienti hanno delle malformazioni fatte in modo tale che la Pta non è sufficiente. Deve migliorare la tecnica interventistica. Stanno studiando perche' alcuni pazienti non beneficiano del trattamento. 
Se si riesce a riparare il vaso sicuramente migliora la ossigenazione 
Guarisci dalla SM? No, ma più ossigeno e migliore perfusione consente una migliore attività di riparazione della mielina. La catena di montaggio della mielina riparte e un po' alla volta la situazione migliora. 
Capitolo cellule Staminali: se io impianto cellule staminali in un terreno malato (senza ossigenazione) questa muore. Se io prima non curo il terreno, non serve a nulla. 
Devo correggere a monte. La staminale puo' essere promettente ma dobbiamo vedere se dove c'è il danno c'è una buona perfusione. 
La staminale non puo' funzionare senza adeguato apporto di ossigeno. Quindi una terapia solo di staminali non puo' funzionare. La ridotta perfusione puo' derivare anche da una ridotta portata di scarico delle giugulari e azygos, la correzione del flusso puo' portare ad un miglioramento della perfusione e su questo ci sono degli interventi controllati con la scintigrafia che dimostrano il miglioramento successivo della perfusione cerebrale. 

Il dott.Salvi, dopo aver delineato le peculiarità della malattia, ha sottolineato tra le altre cose, la non dimostrabilità della natura autoimmunitaria della malattia mentre è da sottolineare l'aspetto immunitario ben presente. 
I criteri di Bradford Hill utilizzati, ad esempio dal neurologo Ghezzi per smentire la Ccsvi, non trovano una applicazione nemmeno per l'ipotesi autoimmunitaria. 
Molte domande che non hanno risposta con la suddetta teoria trovano ma giustificazione nell'ambito del l'insufficienza venosa quali ad esempio, la stanchezza cronica, la cefalea, i differenti tipi di malattia considerando anche che il linfocita T non è mai il primo attore a muoversi in caso di ricaduta ma si assiste prima alla distruzione dell'oligodendrocita, recettore dell'ossigeno e primo motore della catena che porta alla perfusione cerebrale. 
Il dottor Salvi ha poi espressamente invitato tutti a non sottoporsi a Pta non controllate e in cui non venga attentamente personalizzato il trattamento paziente per paziente. Per molti la semplice angioplastica è insufficiente e bisogna poi evitare trattamenti troppo energici che portano poi a trombizzare le vene con conseguente disastro per il paziente. 

Il Prof Veroux, dopo aver spiegato come è arrivato a collaborare con Salvi e Zamboni, arrivando ad applicare strettamente il protocollo del Prof Zamboni essendo in continuo contatto e confronto con lui, e conducendo ricerca assieme a loro, prosegue spiegando il suo sbigottimento sul rifiuto del mondo neurologico nel vedere cose che possono vedere tutti, anche non medici. Nel loro studio a Catania, condotto su 300 pazienti, i risultati ottenuti con un metodo riproducibile portano a dati diametralmente opposti a quelli di Cosmo. 
Pone poi l'attenzione sulla disastrosa situazione di molti pazienti che arrivano a Catania reduci da trattamenti troppo energici che danneggiano le vene peggiorando la situazione dei pazienti. Il trattamento di Pta in pazienti positivi alla Ccsvi va valutato attentamente e a volte anche non consigliato. Gli interventi fatti a catena, paziente dopo paziente, senza differenziare e calibrare attentamente il trattamento spesso risultano inutili se non dannosi. 
Prosegue poi abbastanza in linea con quanto detto al recente convegno di Rimini. 

Le successiva sezione dedicata alle domande ha visto diverse persone del pubblico porre quesiti strettamente sul piano medico arrivando alla fine del convegno in modo assolutamente cordiale e dimostrando una grande unione e gratitudine ai medici che stanno conducendo intensamente l'attività di ricerca.

Nota personale:
Le associazioni presenti ( Ccsvi nella Sm, SMuovilavita, Assism, Abbraccio, Isola attiva, Ccsvi Campania, il Bene ) e ScleroRadio Web, sia ieri che oggi al convegno hanno manifestato unitariamente ancora una volta la volontà di sostenere l'importante attività del Team Zamboni, Salvi e Veroux, vertice della ricerca in Italia sulla Ccsvi, e dell'assoluta necessità e convinzione nel sostenere l'attività nell'ambito della sanità pubblica di trattamenti il più possibile controllati e slegati da qualsiasi logica di profitto, preziosa garanzia per i pazienti. 

Chiedo venia per le probabili omissioni in questo resoconto, scritto a caldo su appunti presi in sala e invito a vedere il video di prossima pubblicazione su youtube. 

Paolo Destro
Romina Finesso
SMuovilavita

 

CCSVI: Medicina: studio italiano su cura Zamboni per sclerosi, fattibile e sicura

ultimo aggiornamento: 19 agosto, ore 13:19
Proposta una 'terapia di liberazione' con angioplastica coronarica



Milano, 19 ago. (Adnkronos Salute) - Uno studio italiano pubblicato in questi giorni sul 'Journal of Vascular Surgery' si esprime a favore della discussa 'cura Zamboni' contro la sclerosi multipla, l'approccio che parte dal presupposto di un legame tra sclerosi e Ccsvi (insufficienza venosa cerebrospinale cronica), e quindi propone una 'terapia di liberazione' con angioplastica coronarica. Secondo Tommaso Lupattelli (Unità vascolare ed endovascolare, Istituto clinico cardiologico di Roma) e colleghi, autori del lavoro condotto su circa 1.200 pazienti con sclerosi ritenuti positivi alla Ccsvi, "il trattamento endovascolare per la Ccsvi sembra fattibile e sicuro - si legge nelle conclusioni dello studio - Tuttavia, un'adeguata curva di apprendimento può ridurre drasticamente il tasso di eventi avversi. Nella nostra esperienza, la maggior parte delle complicazioni sono avvenute nei primi 400 casi trattati".

 

 

La ricerca è stata pubblicata il 14 agosto, lo stesso di un'altra pubblicazione, su 'PlosOne' online, che invece stronca alla base le teorie dell'angiologo dell'università di Ferrara Paolo Zamboni. Secondo lo studio 'contro' - condotto su 100 malati di sclerosi e 100 controlli sani da un gruppo della McMaster University canadese, che comprende 3 operatori formati a Ferrara - non c'è alcuna evidenza che un ridotto flusso di sangue nelle vene del collo, o una loro ostruzione, sia uno dei meccanismi coinvolti nella sclerosi multipla. Una 'sentenza' alla quale lo stesso Zamboni, insieme al collega Mirko Tessari, ha replicato a stretto giro con una lettera inviata alla rivista scientifica.

 

 

Di segno opposto a quelle canadesi le conclusioni del gruppo di Lupattelli, su 1.202 pazienti esaminati e trattati dal settembre 2010 all'ottobre 2012. Tutti i pazienti - spiegano gli autori - erano stati precedentemente trovati positivi all'ecocolordoppler per almeno due criteri di Zamboni per la Ccsvi, e avevano una diagnosi di sclerosi multipla confermata dal neurologo. Sono state considerati per il trattamento solo i casi di sclerosi sintomatici. L'angioplastica percutanea transluminale è stata effettuata in regime ambulatoriale presso due diversi istituti.

 

 

Procedure primarie (prima angioplastica per la Ccsvi) e secondarie (re-intervento dopo recidiva di malattia venosa) - riferiscono i ricercatori italiani - sono state effettuate rispettivamente nell'86,5% (1.037 su 1.199) e nel 13,5% (162 di 1.199) dei pazienti. Il successo della procedura e le complicazioni sono stati registrati entro 30 giorni dall'intervento.

 

 

Una flebografia seguita da ricanalizzazione endovascolare è stata eseguita su 1.999 pazienti, per un totale di 1.219 interventi. La sola angioplastica con palloncino è stata eseguita in 1.205 procedure su 1.219 (98,9%), mentre nelle restanti 14 (1,1%) è stato necessario un ulteriore impianto di stent, dopo tentativi falliti di dilatazione della vena azygos. Non sono mai stati impiantati stent nelle vene giugulari interne.

 

 

Il tasso di fattibilità - calcolano gli studiosi - è stato del 99,2% (1.209 interventi). Le complicanze maggiori includevano una rottura dell'azygos che si è verificata durante la dilatazione con palloncino e che ha richiesto una trasfusione di sangue (0,1%), un grave sanguinamento all'inguine che ha richiesto una chirurgia aperta (0,1%), due aperture chirurgiche della vena femorale comune per rimuovere dei frammenti di palloncino (0,2%), e tre trombosi della vena giugulare interna sinistra (0,2%). I maggiori e minori tassi complessivi di complicanze a 30 giorni sono stati rispettivamente dello 0,6% e del 2,5%.

 

 

i, il punto della situazione.

Bavera.jpg

Il Dr. Pietro Maria Bavera, Chirurgo Vascolare dell'Università di Milano, fa il punto sulla CCSVI, a fronte di tre anni di studi e di oltre 1600 esami doppler eseguiti.


Ancora oggi mi sento chiedere da amici, molti dei quali medici, la solita domanda di rito: “allora questa CCSVI ( Chronic Cerebro Spinal Venous Insufficiency) esiste davvero?”

Rispondo dicendo che non esiste patologia del corpo umano che non sia in qualche maniera legata a un problema vascolare, sia esso diretto o indiretto.

Possono fare eccezione alcune patologie ortopediche ma la loro corretta guarigione è in qualche misura correlata a una buona vascolarizzazione e le complicanze sono frequentemente secondarie a fattori vascolari.

Per quanto riguarda specificatamente le patologie neurologiche, queste sono più o meno correlabili a problematiche vascolari e vice versa. Il sangue è ovunque e una sua anomala perfusione in qualche maniera è causa di una patologia. La distinzione va semmai fatta sulla base dell’anomalia vascolare, cioè se questa è arteriosa (quindi in genere ischemica o gravemente emorragica) piuttosto che venosa (quindi tromboembolica, con edemi, stasi, ulcerazioni, discromie, depositi di emosiderina, eczemi, e molte altre complicanze ancora che generalmente rientrano nel termine generico diinsufficienza venosa cronica).

In pratica non esiste organo o apparato che non abbia una sequela di patologie, o complicanze, secondarie a un problema vascolare, arterioso o venoso che esso sia.

 

La difficoltà potrebbe essere nell’identificare, localizzare oppure quantificare; in pratica diagnosticare il problema. La diagnosi è la base della cura e questa spesso consiste di più elementi e anche il coinvolgimento di più persone.

L’importante è conoscere le proprie capacità e i propri limiti..

Sono passati tre anni da quando ho iniziato a fare ecoDoppler per la ricerca di questa “anomalia venosa” e, dopo aver eseguito più di 1600 esami e conosciuto una realtà di una malattia straziante e piena anche di “situazioni umane” oltre che di persone magnifiche, penso poter dire la mia.

Tuttavia penso che la risposta parta da lontano riportandomi idealmente tra la fine degli anni ’70 ed inizio anni ’80 quando, ancora giovane, affrontavo i testi “sacri” dell’angiologia e della chirurgia vascolare. La diagnostica strumentale si faceva con strumenti molto diversi rispetto a quelli di oggi, quali l’oscillografia e la pletismografia. Poco dopo arrivò il Doppler CW, ad onda continua, che richiedeva una abilità anche uditiva nel saper interpretare la presenza di una stenosi “emodinamicamente significativa”. Eravamo dei pionieri della diagnostica strumentale.

Gli ecoDoppler arrivarono attorno a metà degli anni ’80 ed erano inizialmente una prerogativa dei cardiologi. Il primo ecoDoppler vascolare, a colori, che arrivò al nostro Istituto Universitario di chirurgia vascolare fu un “Quantum” della Philips ed era grosso e pesante come un armadio, muoverlo era una sfida anche fisica. Da quel momento ci fu un susseguirsi di apparecchi di svariate marche e capacità specifiche con prestazioni sempre più esasperate. Per noi giovani medici fu come partire dall’ABC della diagnostica strumentale per poi avere le conferme, o smentite, direttamente dalla sala operatoria. Oggi ci chiamano veterani della diagnostica vascolare.

Uno dei “testi sacri” sui quali si studiava era allora la seconda edizione di “Vascular Surgery , Henry Haimovici Editor” del 1984. Il capitolo 64 era dedicato all’insufficienza venosa cronica profonda ( Chronic Deep venous Insufficiency) che naturalmente all’epoca corrispondeva agli arti inferiori. Riscrivendo testualmente, le prime righe del capitolo sono le seguenti: “ Chronic deep venous insufficiency of the lower extremity is a clinically recognized syndrome due to dysfunction of venous outflow. It is caused most commonly by defective venous valves and less often by obstruction to the venous return…”. La descrizione da sola focalizza l’importanza del sistema valvolare del circolo venoso. Il capitolo si rivolge agli arti inferiori, dove le problematiche sono chiaramente visibili e la popolazione coinvolta risulta enorme, così come il costo sociale del problema.

Con il trascorrere degli anni mi sono imbattuto sempre più spesso in malati disabili soprattutto neurologici con gravi limitazioni alla deambulazione se non totalmente dipendenti dalla carrozzina o ausili particolari.

La mia attenzione si è poi particolarmente focalizzata sulla frequenza degli edemi da disuso presenti nel reparto di sclerosi multipla.

Assieme a colleghi del reparto ed esperti di trombosi, mi sono concentrato sullo studio di malati di sclerosi multipla, non deambulanti, riscontrando una impressionante frequenza di TVP agli arti inferiori in malati affetti da sclerosi multipla rispetto ad altri malati con altre patologie neurologiche.

Thromb Res. 2010 Apr;125(4):315-7.10.1016/j.thromres.2009.06.023. Epub 2009 Jul 29.

Risk of deep venous thrombosis (DVT) in bedridden or wheelchair-bound multiple sclerosis patients: a prospective study.Arpaia GBaveraPMCaputo DMendozzi LCavarretta RAgus GBMilani MIppolito ECimminiello C.

Alla conclusione dello studio, che è durato circa due anni, il 42% dei pazienti studiati risultava interessato da TVP in atto oppure in esiti, anche con recidive. In altre parole il ritorno venoso degli arti inferiori che era già difficoltoso per la mancanza della “pompa venosa”, risultava particolarmente anomalo.

Per tornare alla domanda sulla CCSVI, e dare quindi una risposta sul fatto che esista realmente o meno questa anomalia occorre a parer mio, avere una giusta conoscenza, un “background”, adeguato sulla insufficienza venosa cronica in generale. Questa competenza non si sviluppa e non si può nemmeno capire senza aver fatto tutte le tappe di apprendimento sia cliniche che diagnostico strumentali.

I danni che l’insufficienza venosa cronica agli arti inferiori può comportare sono evidenti a tutti, la cute discromica e anelastica spesso eczematosa e le ulcere cutanee sono visibili a chiunque ma i meccanismi che conducono a questa situazione sono comprensibili solo agli addetti ai lavori.

I Dermatologi talvolta sono coinvolti quando ci si trova con delle situazioni cutanee particolari e il lavoro diventa quello di una sana e corretta collaborazione a favore del paziente.

Lo stesso avviene per la collaborazione che si pone con gli Ortopedici quando a noi, Angiologi e Vascolari, è richiesta la consulenza per prevenire o curare una TVS (trombosi venosa superficiale) o TVP ( trombosi venosa profonda), talvolta persino operare varici prima dell’inizio di un intervento ortopedico.

Ora, volendo immaginare una situazione simile a quello che accade al sistema venoso profondo degli arti inferiori ma trasportato ai vasi del collo, ci si potrebbe avvicinare a capire meglio la CCSVI. Sono stati ormai pubblicati diversi articoli in merito a questa problematica ma quasi sempre su riviste altamente riservate agli “addetti ai lavori” per patologie neurologiche degenerative progressive.

Allora, tornando ai vasi del collo, noi Medici ci poniamo sempre il problema del sangue che deve arrivare al cervello, ma poca attenzione è solitamente dedicata a quello che esce dalla scatola cranica. Eppure viene logico pensare che questo meccanismo deve o dovrebbe essere in perfetta parità, tanto entra e tanto esce. Qui sta, in termini piuttosto semplificati, il nocciolo della questione: in una consistente percentuale di malati affetti da patologie neurologiche degenerative progressive il bilancio è nettamente a sfavore della corrente ematica in uscita.

Tralasciando, per ovvia competenza, gli aspetti nettamente neurologici e concentrandoci su quelli vascolari, ci si potrebbe anche solo minimamente immaginare l’aspetto intra o peri cranico in una situazione di scarso ritorno venoso.

Si è visto, sia all’ecoDoppler prima che con flebografie ed angioRM poi, che il problema venoso è o può essere secondario ad una agenesia, cioè qualche alterazione dello sviluppo e crescita, delle giugulari interne( ipoplasiche, cioè di calibro ridotto o che non si sono mai sviluppate o persino mancanti) ma molto sovente da una disfunzione del meccanismo valvolare. Questa condizione paradossalmente comporta spesso anomali reflussi del sangue in senso craniale, quindi contro corrente, e scarso ritorno verso il sistema cuore- polmoni. Queste condizioni cambiano con il variare della posizione del paziente.

Il vantaggio dell’indagine ecoDoppler è di permettere una valutazione “dinamica” della situazione con paziente sia sdraiato che seduto con manovre respiratorie che interagiscono direttamente con l’esame. Queste situazioni non sono certamente possibili con la flebografia o angioRM.

E’ abbastanza assurdo che a distanza di tre anni, decine di pubblicazioni scientifiche e centinaia di malati trattati, ci si trovi ancora ad avere una condizione di confusione sia tra i medici oltre che tra i pazienti.

Dal mio punto di vista, che cerco volutamente spiegare con termini semplici, le osservazioni sono molteplici nel fare un’analisi che si basa sui miei dati riassunti dopo oltre 1600 esami per CCSVI, la metà circa in controlli post PTA.

Per una volta non sono propriamente i numeri che voglio analizzare ma le situazioni che ricavo dai miei dati e dagli infiniti colloqui che ho raccolto da “non neurologo”.

Prima di tutto l’informazione, che è tanta, troppa e sovente contrastante, a volte che rasenta il terrorismo.

Gli articoli scientifici scritti e pubblicati non sono facilmente comprensibili per i pazienti e i loro familiari e questo è normale visto che veramente pochi hanno una preparazione medico scientifica (senza offesa per nessuno) da poter tradurre in termini semplici queste informazioni.

Anche i diversi medici specialisti sono in parte complici di questa situazione poiché spesso chiudono “la pratica” semplicemente affermando di non credere nella CCSVI senza nemmeno essersi documentati. Infatti, chiedendo loro cos’è che non li convince si chiudono in un mutismo preoccupante. Paradossale è che i medici più curiosi e chiedono informazioni sono i pediatri piuttosto che ginecologi o cardiologi oltre che i fisiatri e fisioterapisti. Questi ultimi sono quelli che hanno spesso i contatti più diretti con i malati.

I risultati degli ecoDoppler sono troppo spesso contrastanti tra loro. Purtroppo questo è un limite importante ed una osservazione frequente. Ho già detto e ribadito più volte che questo esame non è puramente macchina dipendente bensì in gran misura dipende dall’operatore che si dovrebbe poi anche confrontare con lo specialista che eventualmente interverrà. Questo esame è “dinamico” racchiude tante varianti che vanno dalla collaborazione del malato, la sua posizione, la postura abituale durante la deambulazione e a riposo.

Anche la postura, e conseguenti movimenti compensatori di strutture muscolo tendinee, può giustificare per alcuni la riuscita di interventi mentre per altri no. Andare a dilatare una vena che è talvolta attanagliata da fibre tendinee o muscoli può risultare di scarsa soddisfazione.

I Vascolari, gli Ortopedici ed i Fisiatri che si sono da sempre occupati della “sindrome dello stretto toracico” sanno perfettamente di cosa si tratta. Anche se questa condizione non è così frequente, si deve mettere in conto anche questa eventualità.

Quindi, e ancora di più, l’esame diagnostico assume un ruolo più significativo.

Persino un esame apparentemente “normale” può risultare totalmente diverso quando il paziente è esaminato nella sua posizione “abituale da seduto”, che probabilmente mantiene per diverse ore al giorno.

L’esame di diagnosi per CCSVI diventa quindi, in alcuni casi, ancora più complicato poiché si potrebbero aggiungere delle manovre ulteriori a quelle, prevalentemente respiratorie, previste dal Protocollo di Zamboni.

Per arrivare a queste osservazioni sono stati necessari molti esami ed interventi nonché le preziose informazioni degli interventisti ma anche le osservazioni e suggerimenti captati dall’ascolto dei malati.

In parte questa condizione di “intrappolamento” muscolo tendinea giustifica la buona riuscita delle procedure interventistiche su alcuni pazienti mentre comporta risultati contrastanti, per non dire deludenti, in altri. Chiaro che questo non è la sola condizione che determina un risultato ma indubbiamente è utile valutarla.

Ultima osservazione, ma di grande importanza, la CCSVI sta incontrando condizioni di positività in diverse altre patologie neurologiche progressive, e conseguenti risultati anche per alcuni di questi malati che sono stati trattati. Piccoli lavori stanno prendendo vita anche in queste realtà.

Infine, non si riesce a capire perché alcune Regioni consentono l’intervento ed Altre invece no.

Evito di entrare nello specifico ma appare assurdo, come è fatto osservare dai malati che per loro libera scelta decidono di farsi trattare, che sia necessario recarsi in Sicilia o Basilicata per una angioplastica che potrebbero benissimo fare in Lombardia o Piemonte. Peggio ancora, molte persone sostengono costi e sacrifici per recarsi all’estero, di fatto escludendosi dal Sistema Sanitario Italiano che ancora oggi è tra i migliori al mondo.

Allora, la CCSVI, ovvero questa anomalia vascolare, esiste davvero?

Personalmente sono convinto di si, anche se probabilmente è ancora più complessa e con maggiori varianti rispetto a quelle con le quali siamo partiti tre anni fa. Recenti studi e lavori dello stesso Paolo Zamboni confermano queste ulteriori ipotesi.

La strada è ancora lunga ma molte cose sono state fatte e la diagnostica avrà sempre un suo ruolo significativo, finché esisteranno le patologie vascolari dovranno esserci le condizioni ideali per curarle, eventualmente anche con terapie farmacologiche, non solo interventistiche più o meno invasive.

C’è ancora tanto da scoprire e fare, basta essere curiosi, criticare a priori è fin troppo semplice.

 

FONTE: Mediterranews

2 luglio 2013

 

Status Update
By CCSVI e SM Lombardia ONLUS
La "National CCSVI Society" per il tramite del suo direttivo è orgogliosa di annunciare la sua III° Conferenza annuale sulla CCSVI a Sherbrooke nel Quebec (Canada) il 28 e 29 Settembre 2013.

The National CCSVI Society Board of Directors is proud to announce its third annual CCSVI conference in Sherbrooke, Quebec on September 28 and 29, 2013.

Our 2013 conference, CCSVI: Voices of Progress, focuses on the latest CCSVI research and rehabilitation. This bilingual conference will bring internationally recognized CCSVI researchers and treating physicians together so you can learn from and interact with some of the world's top experts in neurovascular health and research.
Dr. Salvatore Sclafani, from New York, is this year's keynote speaker. More speakers will be announced soon – watch
www.nationalccsvisociety.org/Sherbrooke2013
<http://www.nationalccsvisociety.org/Sherbrooke2013>, (Facebook)
www.facebook.com/nationalccsvisociety
<http://www.facebook.com/nationalccsvisociety>, and (Twitter)
@ccsvisociety for additional announcements.

We invite you to join us in Sherbrooke on Saturday September 28 for the optional Patient Day afternoon and evening gatherings and Sunday September 29 for the main CCSVI conference. For full details, including travel discounts, hotel information, and conference tickets, please visit our website:www.nationalccsvisociety.org/Sherbrooke2013

Please forward this email to anyone you feel may be interested. Thank you!

We look forward to meeting you in September.
Landon Schmidt, MBA, PMP, CMC
Secretary Treasurer
for National CCSVI Society Board of Directors

Sandra Birrell, President

Landon Schmidt, Secretary Treasurer

Dr. Bill Code, Medical Director

Dr. Bernhard Juurlink

Dr. David Christie

Dr. David Williams

Christopher Alkenbrack

Francine Deshaies

http://www.nationalccsvisociety.org/Sherbrooke2013

 

 

Sclerosi Multipla: dalla Serbia un’altra conferma per il metodo Zamboni

 //   13 giugno 2012   // 0 Commenti

phlebology 226x300Ancora una conferma per la teoria del prof. Paolo Zamboni (Direttore del Centro Malattie Vascolari dell’Università di Ferrara) sulla possibile correlazione tra l’insufficienza venosa cronica cerebro spinale (CCSVI), da lui stesso scoperta nel 2007, e la sclerosi multipla (SM), malattia gravemente invalidante che colpisce circa 63.000 italiani, per la quale purtroppo non si conosce ancora una terapia definitiva.

E’ stato infatti pubblicato sul numero di giugno della prestigiosa rivista medica “Phlebology” un interessante studio serbo intitolato “Anomalie morfologiche ed emodinamiche nelle vene giugulari dei pazienti con sclerosi multipla”.

Secondo alcuni ricercatori della clinica di chirurgia vascolare dell’Università di Belgrado (Serbia), recentemente sono emerse aree multiple di stenosi e differenti livelli di ostruzione nelle vene giugulari interne ed azygos (una condizione nota come insufficienza venosa cronica cerebro spinale, CCSVI) come una teoria aggiuntivo al ben noto concetto autoimmune per spiegare l’eziologia della sclerosi multipla (SM).

Lo scopo del loro studio era di valutare la morfologia e le caratteristiche emodinamiche delle vene giugulari interne (IJV) in pazienti con sclerosi multipla, confrontarle con individui sani ben selezionati e di valutare la prevalenza delle anomalie del flusso venoso in entrambi i gruppi.

Sono stati inclusi nello studio 64 pazienti con sclerosi multipla clinicamente definita e 37 individui sani. In tutti i pazienti, le caratteristiche morfologiche ed emodinamiche delle vene giugulari interne sono state valutate mediante sonografia colordoppler così come i disturbi al flusso venoso. I pazienti sono stati classificati in quattro sottogruppi in base alla forma clinica di SM. Sono state valutate la prevalenza di anomalie morfologiche ed emodinamiche nelle vene giugulari interne.

E’ stata osservata la presenza di lesioni stenosanti, per la maggior parte difetti intraluminali come valvole anomale nelle vene giugulari interne in 28 pazienti (43%) nel gruppo SM, e in 17 pazienti (45,9%) nel gruppo di controllo (P = NS). Con l’aggiunta di informazioni emodinamiche doppler il deflusso venoso dalle vene giugulari interne era significativamente alterato nel 42% dei pazienti con SM, mostrando anomalie di flusso (27/64), rispetto all’8,1% dei controlli (3/37), P < 0.001.

Al termine dello studio, secondo gli autori, nel loro gruppo di pazienti, i pazienti affetti da SM avevano maggiori e significativi cambiamenti morfologici ed anomalie emodinamiche nelle vene giugulari rispetto ai soggetti sani, non affetti da SM. Questi risultati possono essere ben dimostrati dall’ecocolordoppler, non invasivo e conveniente.

Questi risultati, nel confermare la validità della teoria del prof. Zamboni sulla possibile correlazione tra la CCSVI e la sclerosi multipla, smentiscono ancora una volta i primi risultati dello studio Cosmo, promosso e finanziato dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Fism-Aism) ed annunciati trionfalmente alla stampa nell’ottobre scorso (a studio ancora in corso), secondo i quali “a oggi, sulla base di dati preliminari, la presenza di CCSVI è stata osservata globalmente in meno del 10% dei soggetti esaminati”. Da questo studio si era dissociato già nel settembre del 2010 lo stesso prof. Zamboni, a causa di alcuni importanti difetti nel protocollo adottato dall’Aism.

Fonte: http://phleb.rsmjournals.com/content/27/4/168.abstract

LA TEORIA

Zamboni: «Vi spiego la mia idea»

Il chirurgo di Ferrara ripercorre la storia della sua intuizione su una correlazione tra problema vascolare e sclerosi multipla

 

Al centro
 della foto Paolo Zamboni, fra (a sinistra) Gabriele Rinaldi, direttore generale dell'Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara e i ricercatori Erica Menegatti, Anna M. Malagoni e Mirco TessariAl centro della foto Paolo Zamboni, fra (a sinistra) Gabriele Rinaldi, direttore generale dell'Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara e i ricercatori Erica Menegatti, Anna M. Malagoni e Mirco Tessari
MILANO - Paolo Zamboni, chirurgo vascolare dell'Università di Ferrara, è convinto che almeno una parte dei sintomi della sclerosi multipla possano dipendere dal circolo venoso alterato dalla insufficienza venosa cronica cerebrospinale (o CCSVI) e che un'angioplastica simile a quella che si fa con il palloncino per riaprire le coronarie ostruite potrebbe contribuire a migliorare le condizioni dei pazienti, eliminando gli ostacoli al deflusso del sangue "sporco" dal cervello. La sua ipotesi ha suscitato interesse e polemiche in tutto il mondo. Zamboni, 55 anni, ci accoglie nella nuovissima sede dell'ospedale Sant'Anna, poco fuori città, in uno studio ancora ingombro delle scatole del trasloco, avvenuto poco dopo il terremoto del maggio scorso. La sua segretaria allarga le braccia: «Siamo costretti a tenere la segreteria telefonica sempre inserita - ci dice -. Dalle nove del mattino fino alle cinque del pomeriggio i pazienti da tutt’Italia non fanno che telefonare». A Zamboni è successo perfino di essere fermato dai malati nel parcheggio dell'ospedale: persone venute da Russia, Croazia, Libano... Tutte per chiedergli di essere operate, o "liberate" come dicono i pazienti. Paolo Zamboni ci avverte subito di non poter rispondere a domande inerenti lo studio Brave Dreams in corso per decisione del Comitato Scientifico della sperimentazione.

 

Dottor Zamboni, quando, negli anni '90, a sua moglie Elena fu diagnosticata la sclerosi multipla, lei tornò sui libri. Che cosa scoprì?
«Mi colpì il fatto che tutti, pur non conoscendo le cause della sclerosi multipla, la studiassero su un modello animale basato sull'ipotesi arbitraria che fosse di origine autoimmune (l'encefalopatia autoimmune sperimentale, ndr): non mi pareva un buon metodo per comprendere davvero la malattia.
«Studiai ciò che era stato rilevato dell’anatomia del cervello dei malati: in molti casi, fin dai tempi di Jean-Martin Charcot, il neurologo che per primo descrisse la sclerosi multipla, si segnalava che le placche si trovassero sempre al centro di vene cerebrali. Alla fine degli anni Ottanta alcuni ricercatori avevano individuato chiari segni di patologie croniche delle vene cerebrali dei malati di sclerosi multipla; io stesso, osservando vetrini di autopsie, ne trovavo.
«Iniziai a chiedermi se anomalie venose non potessero avere un "concorso di colpa" nella sclerosi multipla».

Il 29 settembre del 2002 lei eseguì per la prima volta un ecodoppler (ecografia del circolo sanguigno, ndr) delle vene extracraniche in un malato con sclerosi multipla…
«Vidi che il circolo era difficoltoso e il sangue non scorreva bene. Dalla letteratura scientifica mi resi conto che si conosceva pochissimo della circolazione venosa nelle persone sane, quasi nulla di quella nei malati. Così sottoposi a ecodoppler anche i miei studenti, per capire se vi fossero differenze con i malati. Nel 2004 avevo raccolto i primi dati: circa il 33 per cento dei malati aveva chiare anomalie venose, contro meno del 10 per cento dei soggetti che facevano parte del gruppo di controllo.
«Nel 2006, con il radiologo vascolare Roberto Galeotti, iniziammo le flebografie (una radiografia con mezzo di contrasto del circolo venoso, ndr) e confermammo le alterazioni a livello di vene azygos e giugulari. Chiamammo questa condizione CCSVI, un'insufficienza venosa non molto diversa da quella che si osserva in altri distretti dell’organismo, e iniziammo a collaborare con il neurologo Fabrizio Salvi dell’Ospedale Bellaria di Bologna».

Per la prima volta, quindi, una parte della ricerca sulla sclerosi multipla si spostava fuori dal cervello…
«Mi sentivo "ospite" in una stanza che non conoscevo, ma ero entusiasta della scoperta e ho cercato di condividerla prima di tutto con i neurologi».

Nel 2007, all'ospedale ferrarese, il primo studio sui pazienti: ecodoppler, poi, se positivi ai criteri per CCSVI, flebografia con catetere per confermare la diagnosi. Nella primavera del 2009, viene pubblicato sul Journal of Neurology Neurosurgery and Psychiatry il primo lavoro sulla correlazione fra CCSVI e sclerosi multipla in 65 pazienti; a fine 2009, i primi dati dopo aver "liberato" le vene di quei malati con l'angioplastica percutanea transluminale (o PTA). E piovvero le critiche. Perché, dottor Zamboni, passò subito dalla teoria alla pratica, sottoponendo i pazienti a trattamento?
«Prima di quello studio clinico c'erano stati dieci anni di ricerche. In più, una volta entrati con il catetere per la flebografia, dilatare la vena non avrebbe accresciuto i rischi a cui avevamo sottoposto i partecipanti: sarebbe stato poco etico il contrario, cioè vedere un restringimento e uscire senza fare nulla».

Nel breve volgere di mesi nacquero associazioni di malati che, in un frenetico passaparola, chiedevano (e chiedono) di essere "liberati" e accusavano (e accusano) apertamente i neurologi di voler affossare la scoperta per poter continuare prescrivere farmaci costosi. Dal canto loro i neurologi erano (e sono) scettici: "vedere" la CCSVI con l'ecodoppler dipenderebbe troppo da chi esegue l'esame e il legame con la sclerosi multipla sarebbe incerto. Le polemiche fin dall'inizio sono state molto aspre, perché?
«Qualcosa è sfuggito di mano. Ho pubblicato su riviste scientifiche i miei dati per corroborare le mie ipotesi, ma ci sono stati imprenditori che hanno cavalcato l'idea per fini commerciali e "pifferai magici" che hanno promesso guarigioni. Una ricerca neonata che era in incubatrice è stata trattata come un bambino capace di correre sulle proprie gambe, dando per scontato che non servissero conferme».

Insomma, ammette che l'intervento non è la panacea?
«Come ho segnalato fin dal primo studio, anche dopo la PTA esiste circa il 50 per cento di probabilità di recidive, in alcuni casi non è l'intervento appropriato, e pochi pazienti, circa uno su quattro secondo le osservazioni pubblicate da Fabrizio Salvi, continuano a stare bene a lungo».

Lei non è membro di alcuna associazione che si occupa di sclerosi multipla?
«Le associazioni dei pazienti sono del tutto indipendenti da me. Faccio invece parte della Fondazione Hilarescere, nata nel 2009 per sostenere la ricerca sulla CCSVI, che nel 2011, non a caso, ha tagliato tutti i costi diversi dal sostegno agli studi».

Dal 2009 è stato tutto un fiorire di Centri che operano i malati e molti medici affermano di praticare il "metodo Zamboni": li ha formati lei?
«In passato ho condotto master di formazione: in un anno e mezzo ho insegnato le tecniche ad appena una cinquantina di medici, ma tanti che neanche conosco si fregiano di praticare il "metodo Zamboni". Che peraltro non esiste: io ho proposto una teoria medica, da verificare, che individua provvedimenti da attuare per risolvere un'insufficienza venosa, anch'essi tutti da sperimentare».

I pazienti, e non solo loro, si chiedono quali siano i rischi dell'intervento e del re-intervento: alcuni malati si sono già sottoposti due o tre volte all’angioplastica percutanea transluminale...
«Come qualsiasi intervento, la PTA non è del tutto priva di eventi avversi, e di questo occorre essere consapevoli. I dati raccolti su un campione di un migliaio di pazienti, operati sia negli Stati Uniti che in Europa, indicano una probabilità pari a circa il 3 per cento dei casi di lesioni interne della vena (dissecazione, ndr), trombosi venosa (formazione di un coagulo che ostruisce la vena, ndr), aritmie cardiache temporanee (battiti cardiaci frequenti e disordinati, ndr), ematomi (versamenti di sangue specie all'inguine, ndr)».

Lei ha la proprietà intellettuale di tre brevetti connessi alla insufficienza venosa cronica cerebrospinale: il sistema di diagnosi per la sclerosi multipla, un catetere per la dilatazione e un metodo per la valutazione della suscettibilità genetica a malformazioni delle vene extracerebrali. Sta ricevendo denaro per questo?
«No: come docente universitario è parte del mio lavoro offrire all'Università l'attività inventiva che deriva dalla nostra ricerca, per eventuali brevetti. Abbiamo poi un'apposita struttura che si interfaccia con il mondo dell'imprenditoria che dimostri interesse per essi. Per questi tre specifici brevetti non ho mai ricevuto denaro».

Stando alla nostra inchiesta, oltre 8mila malati di sclerosi multipla italiani hanno si sono già sottoposti a trattamento secondo il suo "metodo". Che cosa ne pensa?
«Ripeto che non esiste un "metodo", ma una teoria medica. Credo anche che molti Centri privati potrebbero dedicare una parte delle loro risorse per contribuire alle sperimentazioni. Purtroppo, il clima di scontro, i programmi televisivi, le dichiarazioni affrettate non hanno giovato a nessuno. Senza contare il ruolo del web: è chiaro che i fondi alla ricerca non vengono dati sulla spinta di Facebook, ma sicuramente i giovani malati disabili che passano molto tempo davanti al computer hanno contribuito ad aumentare la notorietà della vicenda».

Dottor Zamboni, il "suo" intervento dovrebbe, comunque, essere garantito a tutti i malati?
«Se così fosse, non saremmo impegnati così tanto nella ricerca».

CONFLITTI D'INTERESSE
Paolo Zamboni dichiara di non avere conflitti di interesse; ha la proprietà intellettuale di tre brevetti correlati a CCSVI (sistema di diagnosi in sclerosi multipla, metodo di valutazione di geni connessi allo sviluppo di CCSVI, catetere per dilatazione), da cui al momento non riceve royalties; collabora dal 1997 con ESAOTE (che negli anni ha sviluppato alcune sue idee, per esempio software) da cui non percepisce compensi ma attrezzature diagnostiche per il centro di ricerca che dirige.

 

4 febbraio 2013 (modifica il 18 febbraio 2013) 

 

CCSVI e Sclerosi Multipla: risponde il prof. Pierfrancesco Veroux - Rimini 08/06/2013www.youtube.comCONVEGNO SCIENTIFICO: Ricerca e Riabilitazione nella sclerosi multipla, nuove prospettive derivate dalle conoscenze del deflusso venoso cerebrospinale. Fonte..

.http://youtu.be/iUXIqOHUqEg

 

Metodo Zamboni, sperimentazione al via nel 2012

Salvi (Bellaria): "Non ci sono motivi per rimandare"

Presentata la nuova Fondazione Il Bene, nata per sviluppare la ricerca sulle malattie neurologiche rare e neuroimmuni. Ilaria D'Amico testimonial d'eccezione

 
Presentazione della Fondazione Il Bene: da sinistra Guidalberto Guidi, Ilaria D'Amico, Maurizio Marchesini e Fabrizio Salvi (foto Schicchi)

Bologna, 16 dicembre  - Dopo l’ok dell’Azienda sanitaria e del comitato etico, annuncia l’avvio del protocollo di ricerca sulla ‘tesi Zamboni’ uno dei padri di questa teoria, Fabrizio Salvi, neurologo dell’ospedale Bellaria e responsabile del centro il Bene: "Con l’anno nuovo partirà. Non ci sono altri motivi per rinviare. La gente è ‘calda’, non vuole più aspettare. Ad oggi, mancano sempre dettagli tecnici", ha detto a margine della presentazione della nuova Fondazione Il Bene (di cui si legge sotto il dettaglio).

 

La tesi, che vede una correlazione tra Insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi) e sclerosi multipla può aprire nuove prospettive per le vittime di questa malattia neurologica. Sessanta i pazienti coinvolti a cavallo di Bologna e Ferrara.

 

***   ***  ***

Salvi ha presentato oggi la nuova Fondazione Il Bene, nata per sviluppare la ricerca sulle malattie neurologiche rare e neuroimmuni. Alla fondazione, che va a sostegno del lavoro di ricerca, cura e assistenza del Centro Il Bene gestito al Bellaria da Salvi, partecipano alcuni imprenditori locali.
Nel cda siedono Guidalberto Guidi, presidente di Ducati energia, Maurizio Marchesini, numero uno del Marchesini group, e Gianni Fava, presidente degli industriali di Ferrara. Il presidente della fondazione è Francesco Rosetti, magistrato di Bologna, mentre Salvi sara' il responsabile scientifico. La futura onlus parte con una base di 200.000 euro, ma "per garantire la funzionalita' dobbiamo raccogliere almeno un milione di euro", indica l'obiettivo Guidi. Con questi fondi, spiega Salvi, "vogliamo offrire delle borse di studio per ricercatori: io qui sono l'unico strutturato". Poi si toglie un sassolino dalle scarpe: "Qualche anno fa ci volevano chiudere. Non solo non l'hanno fatto, ma adesso stiamo
anche crescendo. Siamo coriacei".

 

Tra i sostenitori della Fondazione Il Bene al momento compaiono anche la Banca popolare dell'Emilia-Romagna e varie associazioni di pazienti di malattie neurologiche, che avranno ognuna un responsabile scientifico con cui la fondazione si relazionera' "per studiare i protocolli diagnostici", spiega Salvi. In Italia sono circa 10.000 i casi di malattie neurologiche rare.

 

Al Centro Il Bene del Bellaria sono in cura al momento un migliaio di persone con sclerosi multipla, circa 300 affetti da miastenia e altre 200 sommando varie malattie rare. Da poco e' stato firmato un protocollo aziendale a Bologna per la cura della Sla. "L'obiettivo della fondazione e' trovare risorse per la ricerca- spiega Salvi- visto che i tagli colpiscono sempre le malattie rare, come al solito abbandonate".

 

A gennaio, rende noto Fava, "faremo un'iniziativa a Ferrara per presentare la fondazione e cercare nuove risorse". Marchesini aggiunge che "a questo settore occorreva una scintilla, qualcuno che accendesse la miccia". La spinta e' arrivata anche dalle aziende private. "Noi abbiamo l'obbligo di partecipare e mettere a disposizione della societa' la ricchezza che creiamo- sostiene Guidi- e' un dovere per un imprenditore". Testimonial d'eccezione per la nascita della Fondazione Il Bene è la giornalista Ilaria D'Amico. "Ho conosciuto Salvi grazie a un servizio delle Iene sul metodo Zamboni- racconta D'Amico- contemporaneamente mio cugino si e' ammalato di sclerosi multipla. Nonostante le cure stava peggiorando e cosi' mi sono detta: perche' non provare? Grazie a Salvi, ora, mio cugino sta rifiorendo ed e' in attesa dell'operazione".

 

 
 

 Sei in: Il Fatto Quotidiano > Emilia Romagna > Sclerosi multip...

 

Sclerosi multipla, al via la sperimentazione clinica del “metodo Zamboni”

Il progetto Brave Dreams del chirurgo vascolare Paolo Zamboni partirà tra pochi giorni. Prima sarà la volta dell'azienda ospedaliera-universitaria di Ferrara, poi dell'Usl di Bologna, successivamente l'ospedale Cannizzaro di Catania e infine altre undici strutture sanitarie distribuite in tutta Italia

Si parte con la sperimentazione clinica. Il progetto è quello che va sotto il nome di Brave Dreams(acronimo di Brain venous drainage exploited against multiple sclerosis) e, sotto il coordinamento del chirurgo vascolare Paolo Zamboni dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara, il suo scopo è quello di verificare gli effetti sulla sclerosi multipla intervenendo per rimuovere le ostruzioni sanguigne determinate dall’insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi).

L’annuncio ufficiale è stato dato da Carlo Lusenti, assessore regionale alla salute, e con la selezione dei pazienti si partirà a metà della prossima settimana, iniziando nei centri dell’Emilia Romagna che hanno aderito alla sperimentazione, finanziata con 2 milioni e 900 mila dalla Regione stessa lo scorso febbraio. Tra i centri, oltre al presidio ferrarese dove opera il clinico che ha dato il nome alla tecnica di intervento, il “metodo Zamboni”, c’è l’Usl di Bologna. Dopodiché sarà la volta dell’azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania e delle 14 strutture su 20 che hanno già ricevuto il nulla osta dai comitati etici dopo l’esame del protocollo la cui stesura è stata coordinata dall’agenzia sanitaria e sociale dell’Emilia-Romagna.

Per quanto riguarda l’inizio della sperimentazione, che era attesa a settimane, l’ok definitivo è giunto dopo che il ministero della Salute si è pronunciato in senso positivo lo scorso 17 luglio. A dare il contributo finale affinché ciò avvenisse un precedente parere, quello della commissione unica dispositivi medici del dicastero, chiamata a esprimersi sull’uso dei palloncini da angioplastica previsti dal protocollo Brave Dreams. A questo punto, dunque, si passerà alla verifica dell’intuizione da cui era partito il professor Zamboni, quando aveva cominciato a studiare la malformazione che impedisce il deflusso del sangue dal cervello e che può portare a ristagni ematici all’interno del cranio con conseguente accumulo di tossine.

La patologia – è stato riscontrato poi anche in centri clinici diversi da quello di Ferrara (tra questi, laFondazione Don Gnocchi di Milano, l’ospedale Sant’Antonio di Padova e il policlinico Vittorio Emanuele di Catania, oltre a ospedali stranieri) – può presentarsi indipendentemente dalla sclerosi multipla. Ma, sempre secondo i ricercatori che hanno seguito il metodo Zamboni fin dal training ad hoc a cui i medici vascolari vengono sottoposti, i pazienti affetti dalla malattia neurologica degenerativa avrebbero la Cssvi con una frequenza che va oltre il 90%.

Per il clinico ferrarese e per i colleghi che hanno adottato le sue tecniche sia diagnostiche (come l’ecocolor dopler e la flebografia) che terapeutiche (la rimozione delle ostruzioni), esisterebbe la possibilità di beneficiare di effetti positivi sulla sclerosi multipla adottando un approccio vascolare, oltre a quello tradizionale di tipo neurologico. In altre parole, correggendo i problemi di deflussodel sangue nelle vene che non inviano correttamente sangue a polmoni e cuore, si possono ottenere miglioramenti, tra cui miglior qualità di vita, recupero del tono muscolare e almeno parziale ripresa dell’attività fisica.

Una sessantina per centro medico il numero dei pazienti che entrerà nel programma di sperimentazione, che costerà circa 3.500 euro a paziente. La selezione verrà fatta in base alla storia clinica dei candidati, che non devono aver superato uno specifico livello di gravità nella progressione della sclerosi multipla. E ognuno di questi sarà trattato per un anno, al termine del quale si aprirà la fase – dai 18 ai 24 mesi – durante la quale i risultati saranno relazionati alla comunità scientifica.

Si tratta di un momento atteso anche da una onlus, la Ccsvi nella sclerosi multipla, che ha come presidente onorario Nicoletta Mantovani e che nel corso degli ultimi anni ha appoggiato le ricerche di Paolo Zamboni attivandosi sia presso le istituzioni che presso i privati per raccogliere pareri e finanziamenti. Ancora di recente Gisella Pandolfi, presidente nazionale dell’associazione,aveva chiesto che si partisse quanto prima con la sperimentazione per verificare le correlazioni tra le due malattie. E aveva aggiunto: “Noi questo affermiamo e vogliamo: che si prenda atto della ricerca internazionale fin qui compiuta e in continua evoluzione, in un confronto sereno e serio. Ricordiamo che i malati di sclerosi multipla sono oltre 60 mila in Italia e 2 milioni e mezzo nel mondo. Per la maggior parte giovani adulti, due su tre donne”.

 

Sei in: Il Fatto Quotidiano > Emilia Romagna > Metodo Zamboni:...

Metodo Zamboni: provata coesistenza tra insufficienza venosa e sclerosi multipla

Secondo lo studio del professor Zamboni le due malattie non si presentano mai in maniera distinta. Da Padova a Catania i medici sono pronti a sperimentare la nuova cura basata su questa evidenza scientifica

 

Chi è affetto da sclerosi multipla presenta anche la sindrome che va sotto il nome di insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi), una malformazione che impedisce il deflusso del sangue dal cervello e che talvolta provoca dei ristagni all’interno del cranio. Inoltre ripristinando il corretto flusso sanguigno, i benefici per i pazienti (tra cui miglior qualità di vita, recupero del tono muscolare e ripresa dell’attività fisica registrabili già 9 mesi dopo l’intervento) riguardano chi presenta solo la malformazione venosa, ma anche chi è affetto da sclerosi multipla.

Lo affermano due studi recenti con cui la onlus Ccsvi nella sclerosi multipla risponde a un documento della Regione Lombardia. Si tratta di una presa di posizione che risale alla metà di giugno e con cui dice che “non esistono al momento prove definitive” della compresenza delle due malattie né della riduzione con la chirurgia vascolare di ricadute e disabilità. Per cui, aggiunge il testo del Pirellone, prima di dare il nulla osta a sperimentazioni sull’utilizzo dell’angioplastica venosa, si attendono i risultati dello studio Cosmo promosso dalla Fondazione italiana sclerosi multipla e condotto su circa 2 mila persona.

“Le prove definitive esistono già”, ribattono dalla onlus che ha come presidente onorario Nicoletta Mantovani. E ulteriori prove sono contenute, secondo l’associazione non profit, nei due studi presentati oggi al Cnr di Bologna. Il primo, in via di pubblicazione sulla rivista International Angiology, è firmato da Pietro Maria Bavera, responsabile del servizio di angiologia e chirurgia vascolare della Fondazione Don Gnocchi di Milano. Il secondo, invece, riguarda un’analisi elaborata dalla Società internazionale malattie neurovascolari e pubblicata lo scorso 28 aprile.

“Non si può affermare che manchino evidenze scientifiche: la Ccsvi è una patologia a carico delle vene e nei casi di sclerosi multipla è presente con un’incidenza superiore al 90%”. Lo affermaGisella Pandolfi, presidente nazionale dell’associazione, ad apertura di una conferenza stampa. E con lei lo ribadiscono, oltre allo stesso Bavera, Giampiero Avruscio, direttore del reparto di medicina specialistica e responsabile del servizio di angiologia dell’ospedale Sant’Antonio di Padova, e Pierfrancesco Veroux, direttore del settore di chirurgia vascolare del policlinico Vittorio Emanuele di Catania.

Lo fanno alla vigilia dell’avvio del progetto “Brave dreams” (acronimo di Brain venous drainage exploited against multiple sclerosis), quello coordinato a Ferrara da Paolo Zamboni, il chirurgo vascolare dell’azienda ospedaliera cittadina che ha scoperto l’insufficienza venosa a cui vengono attribuiti danni celebrali anche estesi. Ed è anche il progetto di sperimentazione finanziato per oltre 2 milioni di euro dalla Regione Emilia Romagna e che prevederà il coinvolgimento di 685 pazienti con entrambe le patologie.

“Di insufficienza venosa cronica ho iniziato a occuparmi due anni fa”, spiega Pietro Maria Bavera, l’autore di uno dei due recentissimi studi. “Dalla fine del 2010 ho preso in considerazione per un anno 823 pazienti con sclerosi multipla che intanto sono diventati oltre 1300. Ho utilizzato due ecografi differenti per evitare ombre legate alla strumentazione e nel 90% dei casi ho notato anomalie venose. In base ai risultati ottenuti sui pazienti sottoposti ad angioplastica, ho registrato anche miglioramenti dei sintomi interessanti: tra i principali, regressione delle cefalee nel 77% per cento, della stanchezza nell’87 e della disabilità motoria nel 96,7. È innegabile che la Ccsvi esista e che intervenire sulla malformazione vascolare porta a risultati positivi”.

“Si tratta di diagnosticare e rimuovere ostacoli al deflusso sanguigno dal cervello”, aggiunge il medico catanese Pierfrancesco Veroux. “Tredici anni di studi scientifici dicono che in mani esperte la patologia può essere rilevata usando metodi diagnostici come l’ecocolor dopler e laflebografia, che devono essere eseguiti da mani esperte. Così si individuano le stenosi, cioè i restringimenti venosi e i blocchi valvolari, e vengono validati i risultati del metodi Zamboni sull’esistenza della malattia. Inoltre centinaia di angioplastiche evidenziano benefici anche nelle disabilità provocate dalla sclerosi multipla. Dunque una loro parte può non essere provocata solo dalle placche tipiche della malattia”.

Giampiero Avruscio del Sant’Antonio di Padova aggiunge che “l’Uip, l’Unione internazionale di flebologia, nel 2009 inserisce la Ccsvi nelle malformazioni congenite. Inoltre in letteratura ci sono studi sulle anomalie venose fin dal 1975, come dimostra un articolo di Acta Radiologica. Abbiamo poi studi che confermano la compresenza di Ccsvi e sclerosi multipla in quasi la totalità dei casi mentre è dimostrato che chi ha la prima malattia può sviluppare la seconda con una frequenza di 9 volte più elevata di chi non ne è affetto. Per questo nel 2010 il ministero della salute ha disposto di continuare la ricerca secondo protocolli e criteri condivisi. E su questa linea si sono orientati la Regione Veneto e il comitato etico di Padova”.

Per suffragare le loro parole, i medici italiani riuniti a Bologna citano studi eseguiti negli Stati Uniti, in Canada, Belgio, Polonia, Bulgaria, Serbia, Libano e Georgia. “Gli autori”, commentano dall’associazione Ccsvi nella sclerosi multipla, “hanno trovato una prevalenza molto elevata di anomalie venose in pazienti con sm, dal 92,3% al 100%”. E aggiungono: “Noi questo affermiamo e vogliamo: che si prenda atto della ricerca internazionale fin qui compiuta e in continua evoluzione, in un confronto sereno e serio. Ricordiamo che i malati di sclerosi multipla sono oltre 60 mila in Italia2 milioni e mezzo nel mondo. Per la maggior parte giovani adulti, due su tre donne

 

 

Intervista al Dr. Avruscio sulla CCSVI nella Sclerosi Multipla

Avruscio.jpg

Pubblichiamo l'intervista all'angiologo Dottor Giampiero Avruscio dell'Ospedale S. Antonio di Padova pubblicata sulla testata on line: Mediterranews.  

 

Continua la polemica innescata da alcuni neurologi sul ruolo dell'insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) scoperta nel 2007 dal prof. Paolo Zamboni (Direttore del Centro Malattie Vascolari dell'Università di Ferrara), nella sclerosi multipla (SM), malattia gravemente invalidante che colpisce 63.000 italiani e per la quale non si conoscono ancora né le cause né una terapia definitiva e valida per tutti, nonostante le ingenti risorse investite per la ricerca soprattutto nel ricco settore farmaceutico.

Sulla materia abbiamo intervistato l’angiologo Dr. Giampiero Avruscio dell’Ospedale S. Antonio di Padova:

Dottor Avruscio, sulla base della sua esperienza la CCSVI scoperta dal prof. Zamboni esiste veramente?

“Non solo esiste, ma è stata "certificata" nel 2009 dall’ International Union of Phlebology (UIP), inserendola tra le malformazioni venose congenite che si sviluppano fra il 3° ed il 5° mese di vita intrauterina. La UIP (Unione Internazionale di Flebologia), fondata nel 1959 sui principi della scienza, della formazione e della comunicazione, è un ente sovranazionale incaricato di rafforzare la comunicazione tra le società e associazioni scientifiche in tutto il mondo, che hanno un particolare interesse per lo studio e la terapia dei disturbi venosi.”

A suo avviso c'è una correlazione con la sclerosi multipla e le altre malattie neurologiche?

“Una correlazione tra due patologie va dimostrata secondo i canoni della scienza. L'unico studio scientificamente serio, rigoroso, multicentrico, randomizzato e in doppio cieco, che ha avuto l'approvazione dei vari Comitati Etici, mi risulta sia Brave Dreams, che non è ancora giunto a conclusione e che per la verità sulla propria strada ha incontrato molti ostacoli di ogni tipo, come anche la mia esperienza dimostra. Dopo i lavori pubblicati da Zamboni, ci sono state molte osservazioni di singoli Centri che hanno riscontrato gli stessi risultati del professore di Ferrara. 

I risultati degli studi disponibili in letteratura sono però contrastanti, con una prevalenza di CCSVI nei pazienti con SM compresa in un range tra lo 0% e il 100%. Queste differenze possono essere attribuite a svariati motivi: la bassa qualità degli studi, in particolare per quanto riguarda la cecità degli sperimentatori assente nella maggior parte di essi, la metodologia adottata, la diversa accuratezza dei tests diagnostici, incluse le apparecchiature utilizzate e l’esperienza degli esaminatori, oltre al setting con cui sono costruiti.

Sono quindi necessari nuovi studi, condotti con una metodologia nscientifica come Brave Dreams, per testare l’ipotesi di una associazione tra CCSVI e SM e soprattutto per quantificarne l’entità.”

Sullo studio CoSMo dell'Aism che nega questa correlazione cosa ci può dire?

“Lo studio CoSMo è l'esempio di uno studio multicentrico, randomizzato e a doppio cieco, che mette in evidenza alcune carenze relativamente al setting dello studio, alla metodologia adottata, alla diversa accuratezza dei tests diagnostici, incluse le apparecchiature utilizzate e l’esperienza degli esaminatori. Per questo è stato da più parti criticato perché i risultati mancano della validazione strumentale obiettiva della flebografia che è il gold-standard di riferimento per la diagnosi della CCSVI con Ecocolordoppler. Sarebbe stato molto interessante analizzare i risultati degli sperimentatori, supervisionati dai super esperti, compresi quei falsi positivi valutati tali a "maggioranza" da parte dei super esperti, alla luce del confronto con la flebografia. Credo che con lo studio CoSMo in questo senso si sia persa una grande opportunità scientifica.”

Ai malati di SM positivi alla CCSVI consiglierebbe di fare l'intervento di angioplastica oppure è meglio aspettare la fine degli studi in corso?

“Su questo punto bisogna fare chiarezza. Non esiste ad oggi nessun Centro Italiano o Estero dove sia possibile sottoporsi ad angioplastica venosa per la CCSVI, in cui il paziente non firmi il consenso informato. Con tale consenso il paziente è cosciente che l'intervento viene eseguito solo per cercare di migliorare una funzione venosa alterata e non per altro. Finché la Scienza secondo i suoi canoni non dimostra cose diverse, l'angioplastica non può essere considerata, richiesta e/o proposta come terapia della SM, anche se sono stati pubblicati studi scientifici di singoli centri, che dimostrano non solo la sicurezza dell'angioplastica, ma anche un miglioramento della qualità di vita, nella maggioranza dei pazienti che sono stati sottoposti all'intervento.

La Regione Veneto alla fine di aprile di questo anno, ha inviato una nota a tutte le strutture sanitarie del Veneto, chiarendo in modo netto che “l'angioplastica non può essere proposta per migliorare la sintomatologia della SM” e quindi come sua terapia. Ovvero che “eventuali procedure di correzione della patologia venosa a scopo terapeutico, in pazienti con SM, siano effettuate solo ed esclusivamente nell'ambito di studi clinici controllati e randomizzati; pertanto l'intervento di correzione vascolare non può essere indicato nei pazienti affetti da tale patologia a scopo terapeutico al di fuori di studi clinici appositamente autorizzati”. Nella stessa nota si precisa inoltre che nelle prestazioni previste dal nostro SSN, “è già presente un codice procedura relativa all'angioplastica, che consente di intervenire in caso di malformazioni dell'apparato vascolare artero-venoso giudicate dal medico rilevanti, per le quali è possibile proporre l'intervento”. Cercare di reintegrare una funzione venosa alterata attraverso un'angioplastica, nei pazienti in cui si riscontrano anomalie venose suscettibili di tale intervento, deve essere possibile in qualsiasi ospedale pubblico che abbia le competenze e le esperienze necessarie e non solo possibile, come attualmente in gran parte succede, in strutture private e molto spesso straniere. E' un percorso assistenziale e istituzionale che caratterizza Padova e il Veneto. Gli studi di correlazione sono altra cosa, che spero procedano speditamente e arrivino a conclusioni finalmente chiare. Qualunque esse siano. E' un dovere della comunità scientifica. E' un diritto dei pazienti e di tutti i cittadini.”

Fonte: Mediterranews

 

... Il modo di guarire da SM non esiste, almeno non ora, ma c'è il modo di migliorare nella qualità di vita. Sembrerà assurdo leggerlo ma, a mio parere, la SM può essere una malattia gestibile, specialmente se presa prima di danni irreparabili. È molto tempo che penso di pubblicare una terza testimonianza e presto lo farò, più chiara e più indicativa delle altre. Nel frattempo, se ne avete voglia, potete ascoltare quella del 23/03/2012(video n.3 in http://www.ccsvicampaniaonlus.it/ccsvi-campania/video_congresso.asp?scat=3&cat=1 )
e quella del 17/10/2012
http://www.ccsvicampaniaonlus.it/ccsvi-campania/video_trasmissione.asp
La seconda dura circa 2 ore(potete andare avanti nelle parti che non vi interessano) ma vi consiglio di guardare entrambe; io vedo due persone diverse, nel corpo e nello spirito, a distanza di 6 mesi.
La battaglia contro la mia SM, per il momento e a distanza di 4 anni dalla diagnosi ospedaliera, vede me in vantaggio e solo grazie a quella che io chiamo"la logica del paziente informato".
Celeste Covino
Presidente
CCSVI-Campania Onlus